Saliamo con ritmo regolare, ne troppo lento, ne troppo veloce, qualche sosta per sbirciare sotto di noi, per farci togliere il fiato dagli strapiombi, non c’è nessuno da superare, nessuna medaglia da appendere al collo, solo noi, il sentiero sotto gli scarponi e la fatica. Ce ne accorgiamo presto, già dai primi tornanti, viene spontaneo, è quasi vitale, liberarsi anche dei pensieri, lasciarli lì in terra, si sale meglio se si è più leggeri. Fa caldo anche quassù, il cielo non è limpido, il sole va e viene, lo sbalzo di temperatura dentro le gallerie fa venire la pelle d’oca. Guadagniamo quota senza rendercene conto, cominciamo ad essere sudati, una mosca si posa sul mio braccio, le do un passaggio per un tratto, come in bicicletta ci si aggrappava al braccio dell’amica in motorino. Cambiamo versante, da un affaccio riconosciamo sagome di contrade e case conosciute, la spirale del nostro orto perfino. Ne approfittiamo per tirare il fiato e poi su ancora, sorseggiamo dalla borraccia, durante lo sforzo è più la sete, la fame si fa sentire dopo, all’arrivo. La salita è quasi finita ma una deviazione del sentiero ce ne regala ancora un po’, allunga la strada di qualche passo, c’è ancora neve, scricchiola sotto gli scarponi ed è una sensazione strana a giugno. Tutto intorno macchie di erica fiorita e pino mugo e fiori viola e giallo e blu intensi. La deviazione ci fa uscire sull’ultimo tratto degli Scarubbi e da li ancora salita per guadagnarci il rifugio. Ci arriviamo da dietro, eccolo, ci accoglie un’atmosfera quasi surreale su questo cocuzzolo a sbalzo sul Pasubio, c’è pochissima gente, il lusso di poterci venire un giorno qualunque che non sia sabato o domenica. Ci guardiamo, birra, oh sì!, una bella birra ghiacciata e poi pranziamo a sacco, con quello che ci siamo portati sulle spalle fin quassù, panini con frittata di ceci, torta salata con tofu e verdure e una bella fetta di dolce, anche questo è down- shifting. Un boccone dietro l’altro divoriamo tutto, due ore e mezza di cammino ti mettono addosso una fame... Ce ne stiamo così per un po’ seduti a quel tavolo a sbalzo sul vuoto, sotto di noi nebbia che sale e ci avvolge, peccato, mai riusciti a vedere il mare da qui, una sensazione di serenità e leggerezza ci pervade, c’è bisogno di sudare magliette a volte, lasciare giù tutto e sudare magliette. Comunque siamo in forma, decidiamo di salire ancora, di proseguire per cima Palon 2232 m, ma questa è un’altra storia.
domenica 30 giugno 2013
52
Saliamo con ritmo regolare, ne troppo lento, ne troppo veloce, qualche sosta per sbirciare sotto di noi, per farci togliere il fiato dagli strapiombi, non c’è nessuno da superare, nessuna medaglia da appendere al collo, solo noi, il sentiero sotto gli scarponi e la fatica. Ce ne accorgiamo presto, già dai primi tornanti, viene spontaneo, è quasi vitale, liberarsi anche dei pensieri, lasciarli lì in terra, si sale meglio se si è più leggeri. Fa caldo anche quassù, il cielo non è limpido, il sole va e viene, lo sbalzo di temperatura dentro le gallerie fa venire la pelle d’oca. Guadagniamo quota senza rendercene conto, cominciamo ad essere sudati, una mosca si posa sul mio braccio, le do un passaggio per un tratto, come in bicicletta ci si aggrappava al braccio dell’amica in motorino. Cambiamo versante, da un affaccio riconosciamo sagome di contrade e case conosciute, la spirale del nostro orto perfino. Ne approfittiamo per tirare il fiato e poi su ancora, sorseggiamo dalla borraccia, durante lo sforzo è più la sete, la fame si fa sentire dopo, all’arrivo. La salita è quasi finita ma una deviazione del sentiero ce ne regala ancora un po’, allunga la strada di qualche passo, c’è ancora neve, scricchiola sotto gli scarponi ed è una sensazione strana a giugno. Tutto intorno macchie di erica fiorita e pino mugo e fiori viola e giallo e blu intensi. La deviazione ci fa uscire sull’ultimo tratto degli Scarubbi e da li ancora salita per guadagnarci il rifugio. Ci arriviamo da dietro, eccolo, ci accoglie un’atmosfera quasi surreale su questo cocuzzolo a sbalzo sul Pasubio, c’è pochissima gente, il lusso di poterci venire un giorno qualunque che non sia sabato o domenica. Ci guardiamo, birra, oh sì!, una bella birra ghiacciata e poi pranziamo a sacco, con quello che ci siamo portati sulle spalle fin quassù, panini con frittata di ceci, torta salata con tofu e verdure e una bella fetta di dolce, anche questo è down- shifting. Un boccone dietro l’altro divoriamo tutto, due ore e mezza di cammino ti mettono addosso una fame... Ce ne stiamo così per un po’ seduti a quel tavolo a sbalzo sul vuoto, sotto di noi nebbia che sale e ci avvolge, peccato, mai riusciti a vedere il mare da qui, una sensazione di serenità e leggerezza ci pervade, c’è bisogno di sudare magliette a volte, lasciare giù tutto e sudare magliette. Comunque siamo in forma, decidiamo di salire ancora, di proseguire per cima Palon 2232 m, ma questa è un’altra storia.
mercoledì 8 maggio 2013
LA GOLA SENZA IL PECCATO !
In questi giorni ho provato la ricetta di questa buonissima torta che pensate è senza farina e senza zucchero ! Soddisfa la voglia di dolce ma senza esagerare….
Ecco la ricetta :
- 750 ml di succo di
mela
- 1 pizzico di sale
- 250 gr di fiocchi
d’avena piccoli
- la buccia grattugiata
di 1 limone
- 1 pizzico di vaniglia
- 2 grosse mele
- 2 cucchiai di uvetta
- 2 cucchiai di
granella di nocciole
In
una pentola capiente portare ad ebollizione il succo di mela con un pizzico di
sale. Intanto grattugiare la buccia di un limone. Ai primi bollori aggiungere i
fiocchi al succo e spegnere il fuoco, mescolate e lasciate riposare per 10
minuti circa finché i fiocchi non avranno assorbito completamente il succo di
mela. Nel frattempo tagliate le mele a dadini, dopo averle sbucciate e tolto il
torsolo. Quando i fiocchi hanno assorbito il succo (l’impasto deve risultare
morbido, non liquido ma neppure duro) unite le mele a dadini, l’uvetta, 1
cucchiaio di granella di nocciole, la buccia di limone e la vaniglia. Versate
l’impasto in una tortiera foderata di carta forno, stendete accuratamente
l’impasto e ritirate nel forno già caldo per 40-45 minuti a 180°c finché non si
formerà una bella crosticina dorata. Prima di sfornare cospargere la superficie
con la granella di nocciole restante. Wow !
lunedì 6 maggio 2013
STRAWBERRY FIELDS FOREVER. LET’S START
Che
si fa se in frigo c’è una vaschetta di fragole che avanza ? Si prova questa
fantastica ricetta di marmellata di fragole ! Purtroppo ho ottenuto solo questo
mini vasetto (il primo della stagione!) ma era una prova perché ho intenzione di
produrne in quantità industriali…. I love it !!!
Ecco la ricetta :
- 1 kg di fragole ben mature
- il succo di 1 limone
- 100 gr di zucchero di
canna integrale
- 1 cucchiaino di
vaniglia in polvere
- 1 cucchiaino di agar-agar
(se necessario)
Lavate
e tagliate a pezzi le fragole, mettetele a macerare per almeno un’ora o più con
il succo di limone,lo zucchero e la vaniglia.
Trascorso
questo tempo mettetele in una pentola e cuocete a fuoco basso per circa 30
minuti o fino a quando avranno la consistenza giusta. Nel caso che la
marmellata non si rapprendesse abbastanza e fosse piuttosto liquida potete
aggiungere l’agar-agar fatto sciogliere precedentemente in poca acqua e
lasciato riposare per 15 minuti. Dopo che avrete aggiunto l’agar-agar bollite
il composto ancora per qualche minuto e invasatelo ancora caldo in barattoli
sterilizzati con acqua bollente. Chiudete i vasi e capovolgeteli per farli
andare sotto vuoto. Buona buona !!!
giovedì 25 aprile 2013
STORIA DI UNA GHIRLANDA
Fino ad un anno fa ne ignoravo, non l’esistenza, ma il fascino; finché il magico mondo del fare manuale è entrato a piè pari nella mia vita. Si, proprio nella mia che, abilità in cucina a parte, non ne ha mai viste altre, soprattutto nell’ambito della creatività e della manualità, nelle quali mi sono sempre sentita fortemente negata. Forse non ci avevo mai provato sul serio, forse non ero abbastanza motivata, o il tempo mancava e così, a via di uno sporadico episodio a vent’anni che ricordo ancora con un certo orgoglio ( ricamai un disegno con delle paiettes sul retro di un paio di jeans) non ho potuto vantare grandi opere. Fino ad un anno fa… quando armata di carta vetrata, colori e pennelli, ho recuperato dei vecchi mobili trovati qui in casa : uno smaronamento ma una soddisfazione! Sulla scia del trans agonistico mi sono messa a tinteggiare (sempre di bianco) vecchie cassette da esterno, porta fiori e tutto quello che mi capitava a tiro, Daniele e i gatti mi stavano lontani in quel periodo… la frase del momento era “potrei dargli una mano di bianco” . Poi grazie a Dio è arrivato l’autunno e la smania di creatività si è trasformata in un nuovo desiderio… la macchina da cucire (mai cucito nemmeno un buco nei calzini in vita mia!) che prontamente, grazie a tutti i miei sostenitori, si è materializzata nel giorno del mio compleanno. Bene, la macchina da cucire c’è, e ora..? non ci resta che provare, le prove proseguono tutt’ora, un po’ alla volta, da autodidatta, le cuciture sono ancora stortine, ma pazienza, quando vedi uscire dalle tue manine sante un bel cuscino a pois, morbido, morbido, dove i tuoi mici fanno ogni giorno un sacco di nanna… E poi, e poi… le ghirlande! Dopo che una persona meravigliosa mi ha insegnato ad intrecciare una ghirlanda, è nata la prima, la ghirlanda dell’inverno, dove sta appollaiato l’angelo della neve, se n’è stato lì appeso al vetro della porta a guardar fuori per diversi mesi, il suo dovere lo ha fatto, eccome, neve ne è venuta tanta quest’anno, ma ora basta, è ora di primavera finalmente, abbiamo salutato e ringraziato l’angelo della neve perché adesso al suo posto abbiamo appeso la ghirlanda di primavera, una ghirlanda bianca con i cuori e i fiori verdi e lilla e i rametti di lavanda che ti viene il buon umore solo a guardarla e a me si riempie il cuore di felicità perché è bella e perché l’ho fatta io! Certo, magari in negozio se ne trovano cento di più belle, con i fiori perfetti tagliati con il laser e non un po’ sghembi come i miei, con il colore della ghirlanda dato alla perfezione, ma che noia le cose perfette, fatte in serie, evviva ciò che scaturisce dalla nostra fantasia e dalle nostre mani anche se un po’ impacciate. Forza ! C’è una sola controindicazione, crea dipendenza! Provare per credere !
venerdì 5 aprile 2013
UNA LUCE
Sebbene
più tardi ma la notte arriva ancora.
E
come ogni notte al buio resiste nella valle un’unica luce, rossa, sulle
contrade dei versanti opposti.
Un
solitario puntino luminescente su uno sfondo nero totale, l’eccezione che
conferma la regola e quell’unica luce, vista da qui, potrebbe essere qualsiasi
cosa.
La
nostra casa una nave immersa nella notte e quella luce un faro in lontananza.
Una
luce, essenza minima di un contatto terreno in questo buio che tutto parrebbe
tranne che reale.
Un
segno che da distanza, incerta, ma certa nello spazio, una compagna nel nostro
navigare.
La
notte qui è vera, il silenzio assordante e tutto tace e tutto attende.
venerdì 29 marzo 2013
VOLA COLOMBA
poteva
mancare, qualche giorno prima di Pasqua,la ricetta della colomba Pasquale? E
allora eccola qua, una ricetta tratta dal libro Pasticceria Naturale ( Terra Nuova
edizioni) di Pasquale Boscarello, guru della pasticceria naturale appunto. E’
una ricetta molto semplice e il risultato è garantito. Ne otterrete una
focaccia dall’impasto straordinariamente morbido e molto leggero perché privo
di uova e burro. Purtroppo a casa avevo solo questi piccoli stampi da panettone
(diametro 13,5 cm)
e con le dosi della ricetta ho quindi ottenuto due piccole focacce ma in
commercio trovate sia stampi a forma di colomba che quelli da focaccia più
grandi. Provate,il risultato è davvero sorprendente e vi darà un sacco di
soddisfazione.
Ingredienti:
500 gr di farina
Manitoba (è importante usare la Manitoba perché questa particolare farina ricca
di glutine riesce a dare elasticità e morbidezza all’impasto)
5 gr sale
100 gr mandorle tostate
e tritate
2 arance (la buccia
grattugiata e il succo)
150 gr di malto di mais
( oppure 100 gr di zucchero di canna integrale)
10 cl di olio di mais
1 cucchiaio di pasta di
nocciole (facoltativo, io non l’ho messo)
25 gr di lievito di
birra
30 cl di acqua tiepida
Procedimento:
Sciogliere
25 g di
lievito in 300 g
di acqua con 1 cucchiaio di farina. In un recipiente mettiamo tutti gli ingredienti
asciutti: farina, sale, mandorle, più la buccia grattugiata di 2 arance (se
usate lo zucchero mettetelo con gli ingredienti asciutti) In un’altra ciotola
vanno messi gli ingredienti liquidi: malto (se usate il malto) olio di mais, succo d’arancia e la pasta di
nocciole (facoltativa). Quindi si mescola il tutto molto bene. A questo punto
si uniscono gli ingredienti asciutti con quelli liquidi, aggiungendo l’acqua
con il lievito. Si lavora bene l’impasto 5 minuti e si lascia riposare per 1
ora circa, coperto con un canovaccio, in un ambiente caldo, più vicino
possibile alla temperatura ideale, dai 18 ai 25°. Si versa l’impasto nella
forma della colomba e si lascia riposare per 1 ora circa, sin quando l’impasto
non raddoppia di volume. Bisogna fare molta attenzione nell’infornare la
colomba perché specialmente con il lievito di birra c’è il rischio dell’effetto
collasso, che rischia di sciupare tutto il lavoro. Il forno deve essere a 200°
per 40 minuti circa. A metà cottura è consigliabile controllare se la parte
superiore della colomba ha preso troppo colore: in questo caso porre sopra con
molta cautela, un foglio di carta stagnola. A fine cottura spalmare con un pennellino
il lucido ( miscela di malto e acqua nel
rapporto 3 a
1) e distribuire sopra le scaglie di mandorla appena tostate).
p.s
la ricetta originale prevede il malto ma dovendo condividere la focaccia con
altre persone zucchero-dipendenti, l’ho sostituito con lo zucchero di canna. In
teoria il potere dolcificante del malto è 3 volte inferiore rispetto allo
zucchero. In base a questa proporzione avrei dovuto metterne 50 g ma ne ho
comunque messo circa 100 gr che per i nostri gusti va bene. In ogni caso sperimentate
a seconda dei vostri gusti e necessità.
Buona
Pasqua!
mercoledì 20 marzo 2013
FIGLI D'IKEA
Siamo
passati dall’epoca della casa a quella dell’arredo, dall’avere una casa
cambiando gli arredi al cambiare la casa tenendo gli arredi.
La
casa è stato il sogno concreto fino alla generazione di mio padre, un
francobollo di mondo da recintare e su cui accatastare mattoni, formando muri e
tra loro le stanze.
A
noi, figli trentenni di questa generazione, tutto ciò appare inaccessibile e non
rimane che aggrapparci al nostro unico sogno, al nostro capitale, l’arredo
appunto, i mobili, che in quanto mobili si spostano! da una casa (nella
migliore delle ipotesi) all’altra e di cui nulla possediamo, ne corpo ne anima.
E’ solo il contenitore di turno della nostra collezione privata accumulata in
anni, in sabati interi passati come zombie nell’aria pesante e sudaticcia
dell’Ikea e da cui usciamo quando ormai è buio, come partoriti.
Arriva
il momento in cui il set è completo,
cucina
completa? Ce l’ho
camera?
Ce l’ho
soggiorno?
Ce l’ho
attrezzi,
accessori e quant’altro? Tutto a posto.
E
ogni trasloco diventa sempre più grosso, dal primo che porta con se solo i
vestiti, i cd, uno stereo e il pc al quarto per cui non è sufficiente un
container.
Ma
per andare dove?
Altra
sfida, nuova casa, stessi arredi. Difficile trovare una casa che sappia
ospitare ad arte la tua collezione di mobilia; la cucina è troppo lunga,
l’armadio pure, per il divano non c’è posto e quel verde come lo combino? E ad
ogni passaggio le possibilità di trovare un contenitore adatto si riducono. Al
quinto cambio si rischia lo stallo.
Ma
allora perché al posto dei condominietti gialli e verdi non si realizzano delle
scatole vuote e luminose? Dei loft aperti con grandi vetrate dotati solo del
bagno, in cui ognuno possa approdare, dopo 8 traslochi, con il suo tir e
sentirsi forse a casa.
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